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    <title>andreacamerino on tuhat</title>
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    <description>Posts by andreacamerino on tuhat</description>
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    <lastBuildDate>Sun, 02 Aug 2026 14:59:07 +0000</lastBuildDate>
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      <title>Indietro tutta</title>
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      <description>Il primo paese che aveva messo i tablet in mano ai bambini è anche il primo a farglieli restituire.</description>
      <dc:creator>andreacamerino</dc:creator>
      <content:encoded><![CDATA[<p><picture><source srcset="/images/u/andreacamerino/c8e6a791-6add-4d39-8480-bff8af369411.avif" type="image/avif"><img src="/images/u/andreacamerino/c8e6a791-6add-4d39-8480-bff8af369411.webp"></picture></p><p>Voglio essere subito chiaro, così ci leviamo il pensiero: i divieti non mi piacciono. Mi insospettiscono per principio, perché di solito sono la scorciatoia di chi non sa governare un fenomeno e preferisce spegnerlo. Però c’è divieto e divieto, e soprattutto c’è chi lo firma.</p><p>Se a vietare qualcosa è uno dei paesi più alfabetizzati e civili del pianeta, una nazione che tiene la libertà di stampa in cima alle classifiche mondiali, che ha fatto della lettura pubblica e della scuola un pezzo della propria identità, che amministra il fondo sovrano più ricco del mondo con la prudenza di un bibliotecario, allora la mia diffidenza si trasforma in curiosità. Quando la Norvegia decide di mettere un freno, vale la pena andare a vedere le carte prima di gridare allo scandalo.</p><p>Perché per quindici anni la Norvegia ha fatto quello che facevano tutti i paesi ricchi e ben intenzionati: ha riempito le aule di schermi. Computer negli anni Novanta, poi i tablet dopo l’arrivo dell’iPad nel 2010, con la promessa che meno carta e meno calligrafia significassero più futuro. A giugno il primo ministro Jonas Gahr Stoere ha annunciato che quel futuro, almeno per i bambini delle elementari, può aspettare.</p><p>Secondo quanto riportato da Reuters, il governo norvegese ha deciso di imporre un divieto quasi totale sull’uso degli strumenti di AI Generativa da parte degli alunni delle scuole primarie, e di restringerne l’uso nell’istruzione dei ragazzi più grandi, per evitare un impatto negativo sull’apprendimento. Le nuove regole entreranno in vigore con l’anno scolastico che comincia a fine agosto. Il ragionamento di Stoere è di quelli che sembrano banali finché un primo ministro non li dice in conferenza stampa: usare l’Intelligenza Artificiale aumenta il rischio che i bambini saltino passaggi importanti della propria istruzione. Insomma, tradotto: la cosa più importante a scuola è che i nostri bambini imparino a leggere, scrivere e fare di conto.</p><p>Detta così, è difficile dissentire. La parte interessante non è il principio, ma piuttosto la coreografia che lo accompagna. Perché insieme al divieto, il governo ha fatto anche sapere che proporrà una legge per finanziare un uso maggiore dei libri nelle classi, invertendo la tendenza verso i tablet. In pratica, lo stesso paese che vent’anni fa comprava iPad per liberarsi dei manuali ora stanzia soldi pubblici per ricomprare i manuali. Non è un dettaglio amministrativo: è un governo che ammette, con la faccia seria, di aver sbagliato direzione e che paga per fare retromarcia.</p><p>Vale la pena ricordare che non è la prima inversione a U norvegese su questo terreno. Nel 2024, davanti a un calo diffuso dei punteggi nei test scolastici, il governo aveva già bandito gli smartphone dalle scuole e restituito agli insegnanti più poteri disciplinari in classe. In aprile aveva annunciato l’intenzione di vietare ai minori l’uso dei social fino ai 16 anni, sulla scia dell’Australia e di altri paesi. Messi in fila, telefoni, social e ora l’Intelligenza Artificiale, si capisce che Oslo sta disinstallando metodicamente l’intero apparato digitale dall’infanzia, un pezzo alla volta, e lo sta facendo con la calma di chi ha numeri in mano e non più voglia di slogan.</p><p>Qui conviene fermarsi un attimo su cosa il dispaccio di agenzia dice davvero, perché la parola che fa girare tutti i titoli, «divieto», regge meno di quanto sembri. Qui si parla di un «quasi divieto» e di «nuovi standard» che verranno imposti. Non si chiarisce se si tratti di una norma vincolante, di una raccomandazione nazionale o di una linea guida che poi ogni scuola applicherà come crede. Sulla fascia dei più grandi lo scenario è ancora più nebuloso: la news dice che l’uso verrà «ristretto» per i ragazzi più grandi, ma non specifica quali età, con quale grado di supervisione, né cosa succede a chi la regola la aggira. È una differenza che conta. Un conto è una legge con sanzioni, un altro è una circolare che lascia trenta studenti e un insegnante a decidere caso per caso se un correttore grammaticale o una traduzione automatica abbiano superato il confine.</p><p>C’è poi una certa tensione di fondo, quella che la Norvegia ha scelto di affrontare e che quasi tutti gli altri stanno rimandando. Da anni i governi ripetono due frasi incompatibili. La prima: i bambini hanno bisogno di competenze digitali per non restare indietro nell’economia di domani. La seconda: i bambini stanno perdendo attenzione, resistenza alla lettura e tenuta di base proprio adesso. L’AI Generativa fa esplodere la contraddizione perché non è un altro schermo qualsiasi. È uno strumento che risponde, riassume, scrive il tema, spiega, traduce, risolve e per giunta ti fa anche i complimenti. Stoere ha deciso che, davanti ad un bambino di sette anni, la prima frase può aspettare e la seconda no.</p><p>L’obiezione è ovvia: un assistente che risponde pazientemente a qualsiasi domanda assomiglia parecchio al sogno di un rapporto «one-to-one» tra studente e insegnante, e vietarlo del tutto ricorda quei presidi che negli anni Novanta volevano proibire internet a scuola. L’argomento ha una sua forza, salvo un particolare che il sogno tende a nascondere: un insegnante che si inventa la risposta che vuoi sentire non è un buon insegnante, è un modello linguistico. E un bambino che impara a scrivere facendo scrivere all’AI non ha imparato a scrivere. La fatica, in quel caso, non è un difetto del processo. È il processo stesso.</p><p>Resta da capire se la cura non sia peggiore della malattia. Una regola netta per le elementari è concettualmente sensata. L’eventuale supervisione per i più grandi è, invece, un terreno minato, perché scarica sull’insegnante il compito di distinguere ogni giorno tra l’AI che aiuta a pensare e l’AI che pensa al posto dello studente, senza criteri condivisi e probabilmente senza formazione adeguata. Senza quei criteri, la «responsabilità» diventa una lotteria d’aula: una classe vieta tutto, quella accanto tollera tutto, e nel mezzo nessuno sa più cosa valga il voto.</p><p>Se non altro, la Norvegia ha fatto qualcosa che nell’attuale dibattito sull’Intelligenza Artificiale è piuttosto raro: ha preso una posizione invece di organizzare un panel. Se funzionerà o meno, lo diranno i punteggi dei test fra qualche anno, gli stessi numeri che l’hanno spinta a comprare di nuovo i libri. Nel frattempo, il paese che per primo aveva messo l’iPad in mano ai bambini è anche il primo a farglielo riconsegnare. Una simmetria che, vista da qui, somiglia più a una resa dei conti che a una svolta.</p>]]></content:encoded>
      <pubDate>Sun, 02 Aug 2026 07:19:53 +0000</pubDate>
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