
Non deve essere per niente facile parlare di “etica”, “sicurezza“ o “allineamento“ in OpenAI se anche Chloé Bakalar, AI Ethics Lead dell’azienda, ha deciso di lasciare la startup americana dopo meno di un anno dall’assunzione.
Già definirla “startup”, come ha fatto - forse maliziosamente - il Financial Times per diffondere la notizia, fa ridere di per sé. Fino a qualche anno fa, creare una startupsignificava, nella migliore delle ipotesi, fare la fame per mesi e supplicare amici e parenti di versare almeno una piccola quota di finanziamento per mantenerla in vita. Oggi, essere una startup ha assunto connotati molto diversi. Ecco, la prima cosa da fare, secondo me, è ritornare a chiamare le cose con il loro nome. OpenAI non è di certo una startup. Stiamo parlando di un’azienda con una valutazione superiore al PIL di diversi paesi membri dell’ONU, ma va bene, teniamola questa parola, perché rende bene il ritmo con cui negli ultimi due anni le persone entrano ed escono dai ruoli che contano di più.
Quella di Bakalar non era esattamente un’assunzione qualunque. Prima di approdare a OpenAI nell’agosto del 2025, era stata per sei anni responsabile etica di Meta, dal 2019 al 2025, un ruolo in cui, secondo la sua biografia accademica, si occupava di sviluppare approcci pratici alla progettazione e all’adozione di sistemi di AIetici e responsabili. Prima ancora, un percorso da manuale del genere: dottorato, borsa postdoc a Princeton, un periodo da assistente universitaria a Temple. Insomma, quello di Chloé è il profilo di chi viene chiamato per dare peso istituzionale e credibilità morale a un reparto, non per scaldare una sedia. Ed è durata undici mesi.
Il problema, se vogliamo chiamarlo così, è che la sua dipartita non è un episodio isolato ma l’ennesimo tassello di un mosaico che, a questo punto, si può disegnare quasi a memoria. Secondo una ricostruzione circolata negli ultimi giorni, dal 2023 e dal 2024 circa il 50% dei ricercatori di sicurezza di OpenAI ha lasciato l’azienda, spesso motivando la scelta con la sensazione che la sicurezza fosse stata retrocessa a comprimaria mentre l’azienda rincorreva la commercializzazione e il ritmo forsennato dei nuovi rilasci. Due nomi su tutti: Johannes Heidecke, che guidava i Safety Systems, uscito a luglio 2026, e Lilian Weng, che quel ruolo lo aveva ricoperto in precedenza.
E poi c’è anche la storia - parallela ma strettamente collegata - del famigerato team Mission Alignment. Nato nel settembre 2024 con la missione dichiarata di tenere i sistemi allineati ai valori umani anche in scenari complessi e ad alto rischio, il team è stato smantellato a febbraio 2026 in quella che l’azienda ha definito una “riorganizzazione di routine“. Il suo responsabile, Joshua Achiam, si è ritrovato con un nuovo titolo, “Chief Futurist“ (che non vuol dire niente!), pensato per studiare come cambierà il mondo con l’arrivo dell’AGI, mentre il resto del team, sei o sette persone, veniva smistato in altri reparti. Fin qui la versione ufficiale. Il dettaglio che rende la cosa più interessante è che anche Achiam, a distanza di qualche mese da quella riconversione di facciata, ha finito per lasciare l’azienda: secondo un’analisi pubblicata a luglio, sarebbe il quinto dirigente legato alla sicurezza ad andarsene in circa due anni.
Messa in fila, la sequenza di questi eventi mostra un pattern abbastanza chiaro da essere diventato materiale giornalistico ricorrente, il tipo di notizia che scrivi quasi in automatico perché la struttura è sempre la stessa: qualcuno di alto profilo arriva con un mandato etico, resta pochi mesi, se ne va senza spiegazioni pubbliche, e la lista dei precedenti si allunga di una riga.
Su Bakalar in particolare, va detto con chiarezza, non esiste al momento alcuna dichiarazione sui motivi dell’uscita, né una versione ufficiale di OpenAI che vada oltre le solite formule di circostanza. Le fonti disponibili si limitano a registrare il fatto e a inserirlo nel contesto più ampio delle partenze. Chi si aspetta un retroscena piccante o una lettera di dimissioni polemica alla Jan Leike resterà deluso, almeno per ora.
Ogni volta che qualcuno lascia OpenAI per motivi legati alla sicurezza, il riflesso condizionato del settore è chiedersi se non stia per bussare alla porta dei rivali fondati proprio da un gruppo di ex dipendenti OpenAI (Anthropic), tra le altre cose, per divergenze sulla sicurezza. Non è detto che sia il caso di Bakalar, e anche qui meglio non inventare percorsi professionali che le fonti non confermano, ma il fatto che l’ipotesi venga sollevata quasi meccanicamente dice molto su come si è polarizzato il racconto pubblico dei due laboratori: da una parte chi promette di correre più veloce, dall’altra chi ha fatto della cautela un tratto distintivo del proprio marketing, oltre che, presumibilmente, della propria cultura interna.
Resta il dubbio di fondo, quello che nessuno dentro OpenAI ha ancora avuto il coraggio di sciogliere: «il turnover ai vertici dell’etica e della sicurezza rappresenta il costo fisiologico di una crescita fuori scala, oppure è il sintomo di un’azienda che quei ruoli li ha sempre trattati più come vetrina reputazionale che come funzione di controllo reale?» Bakalar, con la sua carriera costruita tra Princeton e Meta, sembrava la persona giusta per rispondere a questa domanda con i fatti. Undici mesi dopo, la domanda è ancora lì, aperta come prima.